Stiamo scoprendo una sorprendente continuità tra educare «in presenza» ed educare «in assenza». Proprio la scoperta di tale continuità, mai garantita, chiede di approfondire le potenzialità delle tecnologie digitali in tutti i risvolti progettuali e organizzativi.
Può esistere l’educazione e quindi l’educatore a distanza, senza contatto corporeo con l’altro?
La relazione educativa è possibile senza i corpi o tramite corpi digitalizzati? Lo schermo di un PC o di uno smartphone rappresenta un ostacolo a una «reale» relazione educativa? Una relazione mediata dallo schermo può avere valenza educativa? Ciò che un educatore fa per rendere possibile una videochiamata a chi è digitalmente sprovveduto è da considerarsi un lavoro educativo?
Sono alcune tra le domande più «intriganti» che nei mesi scorsi e in queste ultime settimane di nuovo distanziamento fisico hanno interrogato il mondo dell’educazione e che, rimuginando, hanno risvegliato reminiscenze scolastiche apparentemente dimenticate. Con un inedito link, sono apparse le parole di Leopardi: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude».
È sorprendente come il poeta considerasse «cara» proprio la siepe che gli impediva di vedere una larga parte della linea dell’orizzonte. Quel limite alla vista gli consentiva, paradossalmente, di sprigionare tutta la forza della sua immaginazione («io nel pensier mi fingo»), vivendo un’esperienza creativa così intensa che il suo cuore prima si spaventa e poi, di fronte a tanta meraviglia, assapora la «dolcezza» che si genera in questo perdersi nell’infinito.
Altrettanto sorprendente è che Leopardi, narrandoci questa esperienza, provochi in noi un’emozione tanto profonda da essere presente nella nostra memoria come una delle poesie più belle e interroganti.
Ma ciò che il poeta immagina e ci fa immaginare che ci sia al di là della siepe, è reale? Raccontandolo, ci restituisce una qualche forma di realtà?
Non si tratta di rispondere a un quiz di letteratura perché, pur usando il linguaggio poetico, ci stiamo chiedendo se quell’esperienza, fatta da migliaia di educatori, di stare a causa del coronavirus dietro la «siepe» degli schermi digitali, sia da considerare realmente educativa o solo una forma di sospensione, un modo per occupare il tempo, una parentesi in attesa che tutto passi e i corpi ritornino protagonisti in scena.
Abbiamo raccolto esperienze e testimonianze di educatori impegnati nel sostegno scolastico e domiciliare durante il lockdown. Un giorno, durante una supervisione, uno di loro ha detto: «Non vedo l’ora di tornare a fare l’educatore». La responsabile ha aggiunto: «Non dimentichiamoci che il cuore del nostro lavoro è la relazione educativa». Ci siamo interrogati allora su cosa stavano facendo fino a quel momento, su cosa avevano messo in campo per non abbandonare bambini, famiglie, scuole. Avevano attivato relazioni, creato connessioni, messo in discussione abitudini e ruoli, generato emozioni, provocato risposte. Avevano, semplicemente, fatto educazione.
Il problema non è tanto l’uso delle tecnologie, quanto l’idea di educazione che abbiamo in testa. Se pensiamo che l’educazione si realizzi solo in presenza, non riusciremo mai a considerare il digitale come uno strumento educativo. Se invece ci chiediamo come sia possibile educare in questo tempo di distanze e separazioni, allora potremo forse iniziare a usare il digitale per ciò che può essere: uno spazio di relazione.
Lo schermo può diventare una siepe. Ma, come ci insegna Leopardi, anche una siepe può aprire all’infinito.
Nel passaggio da una modalità educativa “diretta” a una modalità “indiretta” (basata su documentazione, progettazione, supervisione), abbiamo colto l’occasione per riflettere su quanto queste attività siano fondamentali, e spesso trascurate. La pandemia ha messo in luce l’urgenza di rivalutare il lavoro educativo “non visibile”, che costituisce la struttura portante dell’intervento.
La tecnologia, in questo scenario, può offrire un contributo significativo. Non si tratta di sostituire la relazione educativa, ma di potenziarla attraverso nuovi strumenti. Si tratta di attivare uno smart thinking: un pensiero agile, che metta in connessione competenze pedagogiche e strumenti digitali.
Per questo, abbiamo iniziato a parlare di “educatore surfista”, capace di cavalcare l’onda del cambiamento, mantenendo l’equilibrio tra relazione e innovazione.
Ci sono almeno tre ambiti in cui il digitale può trasformare il lavoro educativo:
- Comunicazione: migliorare la comunicazione tra operatori e tra organizzazioni, facilitare la condivisione e la trasparenza.
- Partecipazione: coinvolgere maggiormente operatori e utenti nei processi decisionali e progettuali.
- Strumenti educativi: creare nuove modalità di intervento, che valorizzino la creatività, la personalizzazione e la sostenibilità.
Per sostenere questa trasformazione è necessario che anche le organizzazioni diventino “smart”: capaci di offrire formazione continua, di investire in tecnologia, di promuovere la cultura della sperimentazione.
Come il surfista aspetta il point break, il momento giusto per entrare in acqua e cavalcare l’onda, anche gli educatori devono cogliere l’opportunità di questo cambiamento per ridefinire il proprio ruolo. Le tecniche della gamification, l’uso di strumenti ICT, le pratiche collaborative sono risorse ancora poco esplorate, ma ricche di potenziale.
Non si tratta di abbandonare il corpo, ma di ampliare la mente. Di scoprire che anche attraverso una siepe si può vedere l’infinito. Di fidarsi del potere immaginativo ed educativo della tecnologia. E imparare a surfare.

