La Dad non deve fare paura, ma aprirci a immaginari diversi

L’intervista. La didattica a distanza per Marco Tuggia, pedagogista e consulente educativo
di Marialuisa Duso – VICENZA

C’è chi è riuscito a coglierne gli aspetti positivi e chi non vede l’ora di mandarla in pensione, non importa che sia “baby”. Più croce che delizia, la didattica a distanza ha permesso all’istruzione di sopravvivere al Covid, rivelandosi però parecchio indigesta. Ecco che quella di Marco Tuggia, pedagogista, formatore e consulente educativo, appare come una voce fuori dal coro quando lancia la sfida e suggerisce di imparare a “surfare” tra educazione e mondi digitali.

Crede che la dad abbia creato più problemi o opportunità?
«Prima di tutto va contestualizzata: è la prima volta nella storia che una tecnica viene usata in maniera massiva dalle nuove generazioni prima degli adulti. Quando l’uso educativo dello strumento tecnologico è diventato una necessità, ha trovato non solo i ragazzini impreparati, ma soprattutto il mondo educativo e questo ha portato a uno spaesamento perché si è sempre ritenuto che l’educazione esista solo se c’è vicinanza fisica e poi perché si sono persi almeno dieci anni a parlare di come proteggere i figli dall’uso della tecnologia, invece di insegnare loro a usarla».

Cosa ha disorientato di più?
«Il fatto di non saper padroneggiare uno strumento già in mano ai destinatari. Dopo si è cominciato però a vedere le opportunità».

Ovvero?
«Continuiamo a incagliarci perché contrapponiamo la relazione educativa a distanza con quella in presenza. Il tema non è questo. È ovvio che certe cose avvengono meglio in presenza, ma la sfida è lavorare per l’integrazione».

Perché proprio i ragazzi che dovrebbero saper usare meglio le nuove tecnologie ne stanno soffrendo di più?
«Una parte sta soffrendo perché restare per 4-5 ore davanti a uno schermo è una fatica enorme. Alcuni sono andati sotto stress perché sapevano usare qualche social, ma non un setting formativo. Ci sono poi dei contesti familiari difficili con pochi spazi e strumenti inadeguati. Ma so anche di ragazzi, che avevano grandissime difficoltà di apprendimento e comunicazione in classe, che si sono aperti tramite lo strumento. Il tema non è “o-o” ma “e-e”».

Che ruolo hanno avuto gli insegnanti?
«Chi si è trovato bene dice che hanno rimodulato il modo di insegnare. L’insegnante è un facilitatore dei processi di apprendimento. Deve possedere la materia, organizzare il contenuto e creare un flusso formativo attraverso cui condividerlo, ponendosi sempre una domanda: che relazione voglio generare nel momento in cui voglio trasmettere contenuti?»

Parlando di dad lei ha chiamato in causa la siepe citata da Leopardi nell’Infinito, perché?
«È stato un azzardo. Ho usato questa metafora paragonando alla siepe la sofferenza che in molti abbiamo vissuto e mi sono chiesto: la siepe è lo schermo o è l’idea di educazione che abbiamo?»

E cosa si è risposto?
«Che la siepe è nella testa degli educatori che pensano che l’educazione vera sia solo in presenza. Quando la dad è l’unica educazione possibile, l’educatore ha la responsabilità di utilizzarla per provocare immaginari diversi. Nella storia dell’umanità, ogni volta che si sono create tecnologie, prima hanno fatto paura e poi sono state integrate e assimilate. Il problema è che l’accesso a questo strumento è difficile da controllare e le strade verso cui porta sono infinite. E non avere un controllo disorienta gli adulti».

Ha anche una soluzione?
«Bisogna attivare delle forme di controllo che non siano solo divieti. La soluzione è educativa, non tecnica. È nella relazione che si costruisce tra adulto e ragazzo attorno allo strumento: bisogna conoscere, esplorare, porsi domande e guidare. Educare significa proprio questo».

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